Nec spe nec metu

Preraffaelliti: l’utopia della bellezza

E’ aperta a Torino già da diverso tempo la mostra “Preraffaelliti: l’utopia della bellezza“.
Io sono riuscita a visitarla solo in questi giorni. La mostra è piacevole, organizzata bene, con un prezzo accessibile a tutti e presenta 70 quadri dirattamente dalla Tate gallery.

A me piacciono molti pittori preraffaelliti, ma detto questo siamo chiari: Elizabet Siddal è un mito che non mi piace e di cui davvero non capisco la bellezza!
E con questo non intendo i quadri che la ritraggono, ma proprio lei!
Per chi non lo sapesse Elizabeth detta Lizzie, era una delle modelle più in voga tra i pittori preraffaelliti ed era poi convolata a nozze con uno di loro, Dante Gabriel Rossetti.
E’ stata anche la modella dell’Ophelia di John Everett Millais, quadro famosissimo usato anche per la locandina della mostra qui sopra.
Va bene, lei era l’eroina vittoriana per eccelleza, quella diafana, malata, depressa, la donna debole che deve essere difesa… insomma, detto tra noi, stare con questa doveva essere una noia mostruosa!
E infatti Dante Gabriel Rossetti, dopo averla tanto amata, averla sepolta mentendo a tutti (si era suicidata e a quel tempo sarebbe stato uno scandalo se si fosse saputo) alla fine se n’è fatto una ragione e si è messo in casa Fanny Cornforth, altra modella di tanti dipinti preraffaelliti.
Ecco, Fanny indubbiamente è un genere che mi piace di più: di bassa estrazione sociale, ma gioviale e carnale, sensuale e divertente. E insieme a lei infatti Rossetti ingrassa… ebbene sì, l’amore a volte lo fa: si sta bene insieme e si ingrassa insieme! Lui le dedicava bozzetti simpatici in cui la ritraeva come un’elefantessa e lei rispondeva chiamandolo Rinoceronte… dopo tanta melancolia un tocco di gioia ci voleva proprio!

Sidonia von Bork

Tra i quadri presenti in mostra c’è anche Sidonia Von Bork di Edward Coley Burne-Jones, il quadro è piccolo ( 33 x 17 cm), un acquerello su carta che dovrebbe essere senza tante pretese e che invece è un lavoro potente, pensato ed accattivante.
Ovviamente la modella è Fanny Cornforth, perfetta per interpretare il ruolo della bellissima strega.
L’idea è presa dalla novella gotica, molto in voga al tempo “Sidonia the sorceress” di Wilhelm Meinhold.
La storia prende spunto da un personaggio realmente esistito, Sidonia von Borcke, nobildonna accusata di stregoneria e morta sul rogo. Nella novella ovviamente Sidonia è davvero una strega, oltre ad essere una donna bellissima ed irresistibile. In assonanza con molti altri dipinti del genere, anche questo quadro pone attenzione ai dettagli, inserendo per esempio la scena all’interno di un passo della novella. Sidonia è appena arrivata alla corte di Wolgast e si aggira meditabonda, intenta ad ordire un piano per diventare duchessa, sullo sfondo l’attuale duchessa, austera nei suoi abiti neri, quasi monacali, la osserva con sospetto mentre intorno a loro la vita del castello continua indifferente. Nella mano di Sidonia invece c’è un laccio di pelle marrone come nel testo originale “In her hand she carries a sort of pompadour of brown leather, of the most elegant form and finish.”
Sidonia alla fine sarà colei che porrà fine alla stirpe di Pomerania.

Ci sono due fatti curiosi collaterali a questo dipinto, il primo è che la vera Sidonia venne prima decapitata e poi bruciata sul rogo, ma questo accadde alla tenera età di 72 anni, quindo molto dopo il periodo in cui lei poteva essere considerata una seduttrice.
Inoltre Sidonia era stata per tutta la vita una donna incline alla polemica e alla violenza, tanto che, sebbene in età avanzata e sebbene nobile, fu comunque autorizzata su di lei la tortura per estorcerle la confessione… ma polemica era e polemica rimase… infatti finita la tortura ritrattò tutto e si dovette ricominciare da capo. Insomma, non fu certo una donna particolarmente “amabile”.

L’altro fatto curioso è che la traduzione della novella dall’originale tedesco all’inglese fu a cura di Jane Francesca Elgee, madre del ben più noto Oscar Wilde.
E anche Jane non era certo donna da prendere alla leggera: con lo pseudonimo di “Speranza” scriveva roventi articoli a favore del movimento indipendentista irlandese. Quando infine suggerì di prendere le armi contro l’inghilterra fu il suo caporedattore a finire sotto inchiesta.
Quando questi fu interrogato si rifiutò categoricamente di rivelare il nome della persona dietro allo pseudonimo di Speranza, ma nonostante il suo silenzio, più volte Jane si alzò in piedi dichiarandosi colpevole. Ovviamente, vista la sua posizione di donna, fu ignorata.

Nec spe nec metu

Vi ricorda niente questo abito? come dite? Assomiglia a quello della Sidonia?
Ebbene, pare che in effetti Burne-Jones si sia ispirata a questo dipinto per rivestire la sua Sidonia di quello strano e intrigante abito. Quindi, sebbene l’effetto dell’aracnica tela nera sia indubbiamete adatto alle trame di Sidonia, il pittore fece anche in modo di cercare di ricalcare il più possibile la moda dell’epoca in cui era ambientata la novella e così si ispirò a questo dipinto di Guido Romano che al tempo si credeva fosse un ritratto di Isabella d’Este (oggi invece è attribuito alla nuora Margherita Paleologa)
Questo vestito doveva aver davvero colpito la fantasia di diversi pittori, in quanto anche Cowper, qualche tempo dopo lo usò per rivestire la sua “vanità“.
Ma forse non era tanto il vestito, indubbiamente d’effetto, ma anche la donna che lo indossava ad accendere la fantasia dei pittori.
Isabella d’Este era stata una donna forte, intelligente e intrigante: aveva governato durante la minore età del figlio ed era riuscita a conquistare per Mantova il titolo di Ducato. Si diceva che fosse una grande giocatrice di scacchi, una donna colta che sapeva apprezzare l’arte e la cultura, la prima donna in effetti ad avere nelle sue stanze uno studiolo dove dedicarsi alle sue attività intellettuali. E a tutt’oggi il suo studiolo è favoleggiato, poichè essa lo fece arredare con pezzi di arte antica e con grandi dipinti dei suoi contemporanei. Bisogna anche dire che alcuni pittori declinarono le sue commissioni poichè era solita preparare contratti scritti e dettagliati inerenti l’opera finita che voleva ricevere e non accettava nessun genere di variazioni.
Quando il figlio fu in età per poter gestire il ducato, si vide contretto ad estromettere la madre dalla vita pubblica e fare in modo che nessuna informazione politica le arrivasse. Evidentemente non era facile liberarsi della sua tentacolare influenza.
Il suo motto, che da il titolo a questo articolo, era “Nec spe nec metu” (Né con speranza, né con timore), segno di un approccio realistico e sicuro alle faccende della vita.

Leonardo e Isabella

Durante il soggiorno a Mantova Leonardo Da Vinci conobbe Isabella d’Este.
Questa, durante un precedente viaggio a Milano, aveva potuto ammirare il ritratto fatto dall’artista a Cecilia Gallerani (la dama con l’ermellino) e ne era rimasta affascinata.
Per questo chiese a Leonardo un ritratto, o meglio un dipinto ad olio.
Leonardo eseguì due cartoni preparatori uno dei quali fu disperso, mentre l’altro oggi è visibile al Louvre e lo potete vedere nell’immagine qui sopra.
Il disegno rimasto presenta dei fori, come se fosse stato preparato per eseguire il dipinto sul suo supporto definitivo, ma qui la storia presenta lacune e non sappiamo cosa accadde. Fatto sta che del dipinto definitivo non ci sono tracce, anche se Isabella, con la caparbietà che la distingueva, continuò ad insistere per anni, anche molto dopo che Leonardo aveva lasciato Mantova.
Poi, lo scorso anno, alcuni eminenti giornali italiani hanno lanciato la notizia bomba: ritrovato il ritratto di Isabella d’Este dipinto da Leonardo!
Sembrerebbe troppo bello per essere vero, e infatti la polemica sull’attribuzione del dipinto era dietro l’angolo.
Che sia vero o che sia falso io vi consiglio comunque di leggervi l’articolo del Corriere della sera, in quanto davvero coinvolgente e pieno di aneddoti e curiosità!
Ovvio poi che, per par condicio, dovrete leggervi pure l’articolo di Sgarbi sul Giornale!

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