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La bella addormentata

Maleficent e la bella addormentata

Ed infine, dopo mesi di trailer estenuanti (che lasciavano presagire l’avvento di un film buonista) è finalmente uscito Maleficent, la storia riveduta e corretta della strega della bella addormentata.
Che la protagonista fosse una splendida Angelina Jolie nei panni della “non più cattiva” strega lo sapevamo, che la costumistica sarebbe stata eccezionale potevamo sospettarlo, che la favola disney avvesse un happy end era scontato.
Più di così dal film non bisogna pretendere… a me comunque è piaciuto: è un favolone che sarebbe benissimo potuto uscire nelle sale per Natale e non avrebbe sfigurato.
Se vi aspettavate qualcosa di più, se speravate in una psicologia del cattivo all’arancia meccanica… bè, lasciate perdere, questo film non fa per voi!
Comunque possiamo già consolarci con i meravigliosi accessori ispirati a Malefica che impazzano in rete… io sono indiscutibilmente di parte, ma il copricapo creato da Chimerical Dragonfly è a mio avviso uno dei migliori. Avendo poi potuto vederlo di persona, posso garantire che non è solo esteticamente perfetto, ma è anche il risultato di un lavoro di altissimo artigianato artistico!

Anne Rice e la bella addormentata


Sleeping Beauty by Thomas Ralph Spence

Detto questo la bella addormentata del film è praticamente inesistente: sebbene sia la voce narrante è comunque un personaggio scontato e dimenticabilissimo, non certo come Bella di Anne Rice!
Ebbene sì, per chi se lo fosse perso, anni fa Anne Rice, la regina incontrastata dei romanzi di vampiri, ha pubblicato una trilogia di libri dedicati alla bella addormentata.
In Italia abbiamo dovuto attendere anni per vedere finalmente tradotta l’intera saga: il primo libro è stato tradotto e pubblicato nel 1995, poi il nulla.
Grazie allo sdoganamento della letteratura erotica che si è avuto con “cinquanta sfumature di grigio”, finalmente anche la saga della bella addormentata è stata interamente tradotta e pubblicata.
Sì, ho scritto proprio Letteratura Erotica, perché è di questo che parlano i libri di Anne Rice, che infatti al tempo erano stati pubblicati con lo pseudonimo di Anne Roquelaure.
L’incipit è classico, Bella dorme e il principe la violenta. Perché dico che è un classico? Perché in effetti la maggior parte delle storie che comprendono una dama addormentata ne prevedono anche la violenza, e non è neppure detto che questo la svegli!
Ben lontane quindi queste fiabe dalla morale del classico di Perraul, dove il finale ci esorta:
“Se questo racconto avesse voglia d’insegnar qualche cosa, potrebbe insegnare alle fanciulle che chi dorme non piglia pesci… né marito.”
Ma ovviamente nella versione di Anne Rice la protagonista, dopo lo stupro si desta, anche se in effetti si risveglia solo per diventare la schiava sessuale di innumerevoli padroni, in un susseguirsi di giochi erotici che portano al suo totale annichilimento, fino al finale ricongiungimento con il suo io più recondito e al lieto fine.

Brunilde e la bella addormentata


Siegfried and Brünnhilde by arthur rackham

Una delle tante “addormentate” nelle leggende è sicuramente Brunilde, la vergine valchiria dell’opera “Die Walküre” (la valchiria) di Wagner.
Nell’opera Brunilde non è una principessa in senso stretto, anche se in effetti è figlia di Wotan/Odino.
Brunilde disobbedisce al padre ed esso per punirla la maledice.
La maledizione è infamante per una valchiria, una vergine guerriera:

“Qui su questo monte
io ti bandisco;
in sonno inerme
salda ti chiudo:
quell’uomo un giorno possegga la fanciulla,
che la troverà sulla sua strada e la sveglierà.”

Le altre valchirie cercano di intercedere per lei, ma invano, e continua con il suo proclama:

“Non avete udito
quel ch’io destinai?
Dalla vostra schiera
è l’infida sorella bandita;
con voi a cavallo
a traverso l’aria non più cavalcherà;
il virgineo fiore
sfiorirà alla vergine;
uno sposo acquisterà
il suo femmineo favore;
all’uomo dominatore
obbedirà quel giorno;
al focolare siederà e filerà,
oggetto e gioco di ogni schernitore.”

Alla fine Brunilde, dopo un chiarimento con il padre, pone un’unica supplica, un modo per mitigare il suo infamante destino:

“S’io debbo dal Walhalla partire,
non più con te spartire opera e governo,
all’uomo dominatore
d’ora in poi obbedire:
al vile e vano
non mi dare in balía!
Indegno non sia quegli
che mi conquisterà. (…)

Se deve nei suoi vincoli il sonno
salda vincolarmi,
all’uomo più vile
facile preda:
questo solo devi tu esaudire,
di che un’ansia sacra ti scongiura!
La dormiente proteggi
con respingente terrore
così che solo un intrepido,
liberissimo eroe,
qui sulla rupe
un giorno mi trovi!”

Alla fine il padre cede alle richieste della comunque amatissima figlia, e concede che ella possa essere svegliata solo da un uomo valoroso.

Anche questa bella addormentata però verrà violentata nel sonno, sorte non certo invidiabile, in confronto a quella della disneyana Aurora, svegliata con un bacio e destinata ad un lieto fine.

Il castello della bella addormentata


Neuschwanstein Castle in snow by Alexandra Grot

Il collegamento dall’opera di Wagner al castello della bella addormentata è facile e immediato:
per quanto al giorno d’oggi Wagner sia riconosciuto come uno dei grandi compositori, in vita ebbe molte difficoltà a far accettare il suo tipo di opera, finchè non trovò un grandioso mecenate nel diciottenne re di Baviera Ludwig II.
Ludwig, appena incoronato re, si accertò subito che il compositore beneficiasse della sua protezione economica, ed ebbe così grande ammirazione per le sue opere che spesso richiese che parti dei suoi grandiosi castelli le rievocassero minuziosamente.
Ad esempio nel castello di Linderhof potrete ammirare la capanna di Hunding, ricostruzione del primo atto de “La valchiria”.
Sebbene tutti i castelli costruiti o ristrutturati dal re avessero una chiara matrice romantica, oggigiorno quello che più di tutti viene ricordato, mitizzato e visitato è senza dubbio il castello di Neuschwanstein, proprio il castello che settant’anni dopo la morte di Ludwig verrà preso ad ispirazione da Walt Disney per ambientare il suo film “La bella addormentata nel bosco”.
Sebbene alla sua uscita il film sia stato un fiasco, con una perfetta manovra pubblicitaria il castello della bella addormentata è diventato sia il simbolo della Disney che una delle maggiori attrazioni di tutti i suoi parchi a tema.
Purtroppo, per quanto indubbiamente splendidi, questi castelli in plastica e vetroresina non possono minimamente rivaleggiare con la grandiosità del castello di Neuschwanstein, un castello per la cui costruzione (in verità mai ultimata) fu dato fondo alle casse di un intero regno.

Nec spe nec metu

Preraffaelliti: l’utopia della bellezza

E’ aperta a Torino già da diverso tempo la mostra “Preraffaelliti: l’utopia della bellezza“.
Io sono riuscita a visitarla solo in questi giorni. La mostra è piacevole, organizzata bene, con un prezzo accessibile a tutti e presenta 70 quadri dirattamente dalla Tate gallery.

A me piacciono molti pittori preraffaelliti, ma detto questo siamo chiari: Elizabet Siddal è un mito che non mi piace e di cui davvero non capisco la bellezza!
E con questo non intendo i quadri che la ritraggono, ma proprio lei!
Per chi non lo sapesse Elizabeth detta Lizzie, era una delle modelle più in voga tra i pittori preraffaelliti ed era poi convolata a nozze con uno di loro, Dante Gabriel Rossetti.
E’ stata anche la modella dell’Ophelia di John Everett Millais, quadro famosissimo usato anche per la locandina della mostra qui sopra.
Va bene, lei era l’eroina vittoriana per eccelleza, quella diafana, malata, depressa, la donna debole che deve essere difesa… insomma, detto tra noi, stare con questa doveva essere una noia mostruosa!
E infatti Dante Gabriel Rossetti, dopo averla tanto amata, averla sepolta mentendo a tutti (si era suicidata e a quel tempo sarebbe stato uno scandalo se si fosse saputo) alla fine se n’è fatto una ragione e si è messo in casa Fanny Cornforth, altra modella di tanti dipinti preraffaelliti.
Ecco, Fanny indubbiamente è un genere che mi piace di più: di bassa estrazione sociale, ma gioviale e carnale, sensuale e divertente. E insieme a lei infatti Rossetti ingrassa… ebbene sì, l’amore a volte lo fa: si sta bene insieme e si ingrassa insieme! Lui le dedicava bozzetti simpatici in cui la ritraeva come un’elefantessa e lei rispondeva chiamandolo Rinoceronte… dopo tanta melancolia un tocco di gioia ci voleva proprio!

Sidonia von Bork

Tra i quadri presenti in mostra c’è anche Sidonia Von Bork di Edward Coley Burne-Jones, il quadro è piccolo ( 33 x 17 cm), un acquerello su carta che dovrebbe essere senza tante pretese e che invece è un lavoro potente, pensato ed accattivante.
Ovviamente la modella è Fanny Cornforth, perfetta per interpretare il ruolo della bellissima strega.
L’idea è presa dalla novella gotica, molto in voga al tempo “Sidonia the sorceress” di Wilhelm Meinhold.
La storia prende spunto da un personaggio realmente esistito, Sidonia von Borcke, nobildonna accusata di stregoneria e morta sul rogo. Nella novella ovviamente Sidonia è davvero una strega, oltre ad essere una donna bellissima ed irresistibile. In assonanza con molti altri dipinti del genere, anche questo quadro pone attenzione ai dettagli, inserendo per esempio la scena all’interno di un passo della novella. Sidonia è appena arrivata alla corte di Wolgast e si aggira meditabonda, intenta ad ordire un piano per diventare duchessa, sullo sfondo l’attuale duchessa, austera nei suoi abiti neri, quasi monacali, la osserva con sospetto mentre intorno a loro la vita del castello continua indifferente. Nella mano di Sidonia invece c’è un laccio di pelle marrone come nel testo originale “In her hand she carries a sort of pompadour of brown leather, of the most elegant form and finish.”
Sidonia alla fine sarà colei che porrà fine alla stirpe di Pomerania.

Ci sono due fatti curiosi collaterali a questo dipinto, il primo è che la vera Sidonia venne prima decapitata e poi bruciata sul rogo, ma questo accadde alla tenera età di 72 anni, quindo molto dopo il periodo in cui lei poteva essere considerata una seduttrice.
Inoltre Sidonia era stata per tutta la vita una donna incline alla polemica e alla violenza, tanto che, sebbene in età avanzata e sebbene nobile, fu comunque autorizzata su di lei la tortura per estorcerle la confessione… ma polemica era e polemica rimase… infatti finita la tortura ritrattò tutto e si dovette ricominciare da capo. Insomma, non fu certo una donna particolarmente “amabile”.

L’altro fatto curioso è che la traduzione della novella dall’originale tedesco all’inglese fu a cura di Jane Francesca Elgee, madre del ben più noto Oscar Wilde.
E anche Jane non era certo donna da prendere alla leggera: con lo pseudonimo di “Speranza” scriveva roventi articoli a favore del movimento indipendentista irlandese. Quando infine suggerì di prendere le armi contro l’inghilterra fu il suo caporedattore a finire sotto inchiesta.
Quando questi fu interrogato si rifiutò categoricamente di rivelare il nome della persona dietro allo pseudonimo di Speranza, ma nonostante il suo silenzio, più volte Jane si alzò in piedi dichiarandosi colpevole. Ovviamente, vista la sua posizione di donna, fu ignorata.

Nec spe nec metu

Vi ricorda niente questo abito? come dite? Assomiglia a quello della Sidonia?
Ebbene, pare che in effetti Burne-Jones si sia ispirata a questo dipinto per rivestire la sua Sidonia di quello strano e intrigante abito. Quindi, sebbene l’effetto dell’aracnica tela nera sia indubbiamete adatto alle trame di Sidonia, il pittore fece anche in modo di cercare di ricalcare il più possibile la moda dell’epoca in cui era ambientata la novella e così si ispirò a questo dipinto di Guido Romano che al tempo si credeva fosse un ritratto di Isabella d’Este (oggi invece è attribuito alla nuora Margherita Paleologa)
Questo vestito doveva aver davvero colpito la fantasia di diversi pittori, in quanto anche Cowper, qualche tempo dopo lo usò per rivestire la sua “vanità“.
Ma forse non era tanto il vestito, indubbiamente d’effetto, ma anche la donna che lo indossava ad accendere la fantasia dei pittori.
Isabella d’Este era stata una donna forte, intelligente e intrigante: aveva governato durante la minore età del figlio ed era riuscita a conquistare per Mantova il titolo di Ducato. Si diceva che fosse una grande giocatrice di scacchi, una donna colta che sapeva apprezzare l’arte e la cultura, la prima donna in effetti ad avere nelle sue stanze uno studiolo dove dedicarsi alle sue attività intellettuali. E a tutt’oggi il suo studiolo è favoleggiato, poichè essa lo fece arredare con pezzi di arte antica e con grandi dipinti dei suoi contemporanei. Bisogna anche dire che alcuni pittori declinarono le sue commissioni poichè era solita preparare contratti scritti e dettagliati inerenti l’opera finita che voleva ricevere e non accettava nessun genere di variazioni.
Quando il figlio fu in età per poter gestire il ducato, si vide contretto ad estromettere la madre dalla vita pubblica e fare in modo che nessuna informazione politica le arrivasse. Evidentemente non era facile liberarsi della sua tentacolare influenza.
Il suo motto, che da il titolo a questo articolo, era “Nec spe nec metu” (Né con speranza, né con timore), segno di un approccio realistico e sicuro alle faccende della vita.

Leonardo e Isabella

Durante il soggiorno a Mantova Leonardo Da Vinci conobbe Isabella d’Este.
Questa, durante un precedente viaggio a Milano, aveva potuto ammirare il ritratto fatto dall’artista a Cecilia Gallerani (la dama con l’ermellino) e ne era rimasta affascinata.
Per questo chiese a Leonardo un ritratto, o meglio un dipinto ad olio.
Leonardo eseguì due cartoni preparatori uno dei quali fu disperso, mentre l’altro oggi è visibile al Louvre e lo potete vedere nell’immagine qui sopra.
Il disegno rimasto presenta dei fori, come se fosse stato preparato per eseguire il dipinto sul suo supporto definitivo, ma qui la storia presenta lacune e non sappiamo cosa accadde. Fatto sta che del dipinto definitivo non ci sono tracce, anche se Isabella, con la caparbietà che la distingueva, continuò ad insistere per anni, anche molto dopo che Leonardo aveva lasciato Mantova.
Poi, lo scorso anno, alcuni eminenti giornali italiani hanno lanciato la notizia bomba: ritrovato il ritratto di Isabella d’Este dipinto da Leonardo!
Sembrerebbe troppo bello per essere vero, e infatti la polemica sull’attribuzione del dipinto era dietro l’angolo.
Che sia vero o che sia falso io vi consiglio comunque di leggervi l’articolo del Corriere della sera, in quanto davvero coinvolgente e pieno di aneddoti e curiosità!
Ovvio poi che, per par condicio, dovrete leggervi pure l’articolo di Sgarbi sul Giornale!

“Greatest Free Show on Earth!”

IL PIU’ GRANDE SPETTACOLO GRATUITO DELLA TERRA!
Siamo in pieno Carnevale! Tutto il mondo esplode di colori e il sito ufficiale del martedì grasso di New Orleans fa in conto alla rovescia!
Ma invece di contare i minuti noi torniamo indietro al 1872 quando il Granduca Aleksej Aleksandrovič Romanov, sesto figlio dell’Imperatore Alessandro II, stava facendo il Grand Tour degli Stati Uniti.
Aleksej era il solito tipo di principe azzurro che inseguiva l’amore a discapito delle convenzioni ed era stato negli anni precedenti molto chiacchierato in patria per la sua relazione con Aleksandra Žukovskaja, una donna più vecchia di lui di ben otto anni e la cui nonna era addirittura una schiava turca. La relazione ovviamente fu fortemente osteggiata dall’imperatore e nell’agosto del 1871, quando Aleksej partì per il tour degli Stati Uniti (che durò circa due anni), si lascio alle spalle Aleksandra in attesa di loro figlio.
Negli States Aleksej non fu meno chiacchierato che in patria… infatti non si fece mancare niente di quello che il paese aveva da offrire: visita al presidente, caccia al bufalo, viaggiare su un carro guidato da Buffalo Bill… di conseguenza non c’è da stupirsi se l’opinione che si fece di lui Elizabeth “Libbie” Custer, moglie del generale Custer, fosse quella di un giovanotto interessato solo alle belle ragazze e alla musica.
Era in viaggio da diversi mesi quando arrivò a New Orleans in occasione del carnevale: ovviamente tutto era predisposto per accoglierlo al meglio e per sfruttare la sua presenza come pretesto per festeggiamenti grandiosi.
Così venne lasciata proprio a lui l’ardua decisione di scegliere i “colori ufficiali del carnevale”… la scelta cadde sul verde, il viola e l’oro che dovrebbero significare fede, giustizia e potere. Da allora questi sono rimasti i colori simbolo del carnevale di New Orleans
LYDIA THOMPSON ALL’ALBA DEL BURLESQUE
Lydia Thompson ballerina e attrice inglese acclamata in patria, era sbarcata a New York con la sua troupe “British Blonde Troupe”, nel 1868.
Qui il loro spettacolo si era rivelato innovativo, tanto da riempire i teatri ed essere lodevolmente definito in questo modo “Le eccentricità della pantomima burlesque con la loro curiosa combinazione di commedia, parodia , satira , improvvisazione , canto e danza , spettacoli di varietà , effetti stravaganti, barzellette osé e costumi impertinenti – . mentre abbastanza noto al pubblico britannico , si è avventato su New York come una tempesta “.
Ovviamente “le eccentricità” dello spettacolo sollevarono anche aspre critiche da parte dei più puritani, tanto che l’attrice Olive Logan protestò : “Non posso consigliare a nessuna donna di calcare le scene in questo momento e sotto questa influenza demoralizzante che sembra prevalere ogni giorno di più, quando i più grandi onori sono assegnati alla sfacciataggine impura di creature dai capelli gialli con le membra riempite di imbottiture, mentre attrici della vecchia scuola, ben addestrate alla decenza , non hanno di che guadagnarsi da vivere “
Il tour che ne seguì durò sei anni duranti i quali la “British Blonde Troupe” sì esibì anche al carnevale di New Orleans del 1872.
Sarà stata la nota predilezione del giovane Aleksej per le donne più vecchie di lui o una trovata pubblicitaria, fatto sta che i pettegolezzi su una relazione fra i due fiorivano in ogni dove fin da quando, qualche mese prima, il Granduca l’aveva sentita cantare a Saint Louis e l’aveva poi incontrata per una rappresentazione privata.
Questo ovviamente fece fare il tutto esaurito agli spettacoli della Thompson durante il carnevale… peccato però che il giovane Aleksej, che aveva appunto già visto lo spettacolo, non si presentò a teatro nemmeno una sera!
CHARLES BRITON E DARWIN
Spostiamoci all’anno successivo, il 1873, quando il tema del carnevale fu “The Missing Links to Darwin’s Origin of Species”.
In realtà “l’origine della specie” di Darwin e il presunto “anello mancante” erano solo una scusa per mettere in ridicolo i politicanti del tempo usando fattezze animali: il segugio era Algernon Sidney Badger allora sovrintendente delle forze di polizia, il ratto era Henry C. Warmoth, governatore della Luisiana, lumache e sanguisughe erano i membri della legislatura, la iena, curva e con gli stivali era il generale Benjamin Butler, già allora soprannominato “beast”, la larva del tabacco aveva la faccia del 18° Presidente degli Stati Uniti Ulysses Simpson Grant.
Questa favoloso satira era stata ideata da uno degli appartenenti alla krewe (organizzazione) del carnevale, tale Charles Briton, che fu molto attivo come ideatore, anche nelle edizioni successive.
Ovviamente gli schizzi preparatori delle sfilate devevano essere tenuti segreti per evitare fughe di notizie e creare curiosità e attesa per la parata.
Forse per questo o perchè non c’erano reali motivi di pubblicarle una volta che il pubblico aveva visto il risultato finale, questi disegni rimasero dimenticati, come lo stesso Charles Briton, fino al 1931, anno in cui vennero pubblicati in un libro in onore della “golden age” del carnevale.
Oggi è possibile vedere molti dei suoi disegni direttamente sul sito della Luisiana Digital Library.
Potete trovare anche numerose altre informazioni sul libro “Mardi Gras Treasures: Float Designs of the Golden Age” di Henri Shindler
SAZERAC: OFFICIAL COCKTAIL OF NEW ORLEANS
Sazerac Rye by mccun934
Sazerac Rye, a photo by mccun934 on Flickr.

In questi giorni di carnevale ovviamente New Orleans si riempie di turisti. E qui bisogna distinguere: ci sono turisti e turisti!

Gli organizzatori del carnevale si affrettano a dire a tutti che la parata è una festa per famiglie, che i bambini adorano il carnevale e così via… poi ci sono quegli altri… quelli che si stanno già dando appuntamento nel quartiere francese…

Ora, siamo chiari: io sono anni che a tutti quelli con cui vado a Venezia per il carnevale comunico lo stesso luogo di incontro “A San Marco, al chiosco del Vin Brulè”, a New Orleans il luogo sarebbe un bar del quartiere francese a dovrei sostituire Vin Brulè con Sazerac… ma il senso sarebbe lo stesso!

Anche durante il carnevale del 1872 si beveva Sazerac a New Orleans.
Infatti lo Sazerac è stato inventato intorno al 1838 da Antoine Amédée Peychaud che al tempo possedeva una farmacia in Rue Royale. Una sera, volendo intrattenere alcuni amici, preparò per loro una mistura speciale, a base di brandy francese, assenzio e del bitter da lui creato… che dire? Piaque così tanto che in breve nacque la Sazerac Coffee House e da lì la compagnia Sazerac, produttrice di liquori… insomma, il cocktail ha guadagnato sempre più popolarità, finchè nel 2008 il governatore Edwin R. Murray, propose di proclamare lo Sazerac “Cocktail ufficiale della Luisiana”.
La questione diede vita ad un acceso dibattito finchè il governatore si dovette accontentare di accettare per lo Sazerac il titolo di “Cocktail ufficiale di New Orleans”

Comunque, per chi passasse per New Orleans, non limitatevi a bere un cocktail… potete anche dedicare un po’ di tempo alla visita del museo dei cocktail americani!

Da Van Gogh a Arles

VAN GOGH ALIVE

L’altro giorno sono stata a vedere “Van Gogh Alive“, la mostra multimediale alla Fabbrica del Vapore a Milano.

La mostra consiste in un grande stanzone attrezzato con molteplici videoproiettori che, accompagnati da musiche scelte ad hoc, proiettano la vita di Vincent Van Gogh vista attraverso la sua monumentale produzione artistica.
Sebbene alcuni momenti siano di grande impatto (come le composizioni floreali parigine e l’ovvio, ma comunque d’effetto, sparo finale) in totale la mostra mi ha lasciata piuttosto delusa.

Fatemi spiegare: l’idea è buona e non ho dubbi che la realizzazione sia stata fatta con cura, ma rimane il fatto che una mostra su un pittore, senza nemmeno un quadro, deve davvero darti qualcosa in più per invogliarti a vederla! In effetti la pubblicità lascia intendere che questa mostra quel qualcosa lo abbia, dal momento che viene definita “un’esperienza multimediale indimenticabile”.

Ecco… su questo in effetti ho molte riserve. Forse se i proiettori avessero preso in considerazione tutte le pareti disponibili (anche il soffitto), forse se la proiezione fosse stata leggermente più lenta senza costringerti a correre qua e la per la stanza per riuscire a vedere gli angoli ciechi, forse se fosse stata strutturata in più sale, una per ogni tappa del percorso dell’artista… ecco… allora forse l’esperienza sarebbe stata indimenticabile.
Così invece rimane solo il ricordo di aver fatto della strada per una visione di 20 minuti di che l’ascia l’amaro in bocca.

Questo ovviamente non vuol dire che non tornerei in futuro a vedere mostre di questo genere… sono ottimista e immagino che esperimenti di questo genere possano portare in futuro ad esibizioni che saranno davvero di altissimo livello!

Ah, quasi dimenticavo… il quadro all’inizio è la “Vigna Rossa”, l’unico quadro che Van Gogh è riuscito a vendere durante la sua vita, e fu dipinto durante il periodo che l’artista passò ad Arles.

IL MISTERO DELL’ARLESIENNE

Van Gogh, durante il soggiorno ad Arles, dipinse un ritratto della signora Ginoux, che poi venne soprannominato “L’Arlesienne”.

Ma “L’Arlesienne” si cui parleremo adesso è un’altra, ovvero quella creata dalla penna di Alphonse Daudet.
Il dramma omonimo comparì sulle scene teatrali con le musiche di Bizet e poi successivamente divenne anche un’opera, mentre ai nostri giorni va ancora in scena come balletto.
Ma, in sostanza, di cosa parla? Di una ragazza di Arles, l’Arlesienne del titolo appunto, direte voi. Ebbene… sì… e no.

Certo che di questa donna se ne parla, ma quello che la rende inafferrabile è che non compare mai di persona.
Questa particolarità ha fatto sì che negli anni sia stata identificata come la donna misteriosa per antonomasia, al punto che in Francia c’è anche un modo di dire, ovvere “Recitare l’Arlesiana”, intendendo una cosa attesa ma che non arriverà.
… e a tutt’oggi nessuno sa chi fosse la misteriosa protagonista che ispirò questo dramma…

Il quadro iniziale è della pittrice francese Brigitte Grange, un’artista che più e più volte ha dipinto le donne di Arles nei loro costumi tipici.

ARLES E LA FERIA

Il momento migliore per vedere le donne di Arles nei loro costumi tipici è sicuramente durante la feria.

Ebbene sì, Arles si trova sul confine tra la Provenza e la Linguadoca, in una zona della Francia in cui si tengono Ferie spagnole.
Ad Arles le Ferie sono due, quella di Pasqua e quella del Riso, nel mese di settembre, ed entrambe hanno come culmine tre giorni di corride all’interno dell’arena romana della città.

Una corrida è sempre un grande spettacolo, e sicuramente un’arena romana aggiunge un fascino intenso che lascia vagare i ricordi verso grandiosi giochi gladiatori.
Inoltre di solito le corride che si tengono durante le ferie di Arles vedono come protagonisti toreri di prim’ordine, sempre molto attesi ed osannati dal pubblico.

Aggiungete a tutto questo che, giungendo dall’Italia, Arles è località più vicina in cui vedere una corrida e capirete come mai le sue ferie siano tanto apprezzate anche dagli aficionados italiani!

La foto sopra è una delle mie, scattata appunto durante una corrida ad Arles.

LES ANDALOUSES

Va bene, lo so.

Molte persone non amano le corride: sono crudeli, antianimaliste ecc..

Questo però non è un valido motivo per non visitare Arle durante la feria.

Tutta la città è in festa, ci sono tantissime iniziative, gruppi che suonano per le strade e gente che balla, stand che vendono ogni tipo di leccornie e bar che innaffiano l’ebrezza dei partecipanti con abbondanti dosi di pastis.

E se siete invogliati a provare uno di questi strepitosi eventi vi conviene fare un salto alla bodega “Les Andalous”, il vero cuore pulsante della festa! Basta anche solo guardare le loro locandine per essere invogliati!

La Grande Guerra

SOPHIE GRAFIN CHOTEK VON CHOTKOWA

Quest’anno la televisione e i giornali ci riempiranno di notizie e memorabilia sulla prima guerra mondiale, la “grande guerra”, visto che siamo nel centenario del suo inizio. Parlare di guerra non è nel mio stile, ma mi piacciono le curiosità storiche e negli anni intorno al 1914 ce ne sono state parecchie interessanti.

Partiamo dell’assassinio di Francesco Ferdinando, la cui uccisione è ormai riconosciuta come l’elemento di scatenante della guerra. Ce lo insegnano anche a scuola, no?
Quindi sappiamo com’è morto Francesco Ferdinando, ma difficilmente ci ricordiamo com’è visstuo.

Innanzitutto non è nato destinato al trono, ma bensì cadetto, e questo forse gli ha dato una maggiore libertà e gli ha fatto credere di non essere vincolato a certi doveri nobiliari. Infatti aveva la pretesa, per il tempo e il suo rango assurda, di sposare chi volesse. Una sorta di storia d’amore alla cenerentola, direte voi.
Be’ non proprio. Lei, Sophie Chotek von Chotkowa, non era certo una sguattera, ma una ragazza nobile ma di rango troppo inferiore a quello dell’amato.
Francesco Ferdinando non si lasciò scoraggiare e nonostante il divieto dell’imperatore di rivedere nuovamente la donna, mosse mari e monti per averla.
Alla fine aveva convinto alla sua causa un papa, uno zar e un re e questi convinsero Francesco Giuseppe ad acconsentire alle nozze… questo e il puntiglio di Francesco Ferdinando che dichiarò apertamente che se non avesse sposato lei non avrebbe sposato nessun’altra.

Lei era talmente innamorata che, se vi capitasse di visitare il castello di Konopiste, residenza della coppia, lo capireste immediatamente.
Infatti Francesco Ferdinando amava due cose sopra tutte: sua moglie e la caccia. Aveva una vera passione per la caccia ed era disposta a viaggiare intorno al mondo per sparare a qualunque cosa si muovesse e Sophia lo accompagnò spesso, sebbene lei non amasse affatto la caccia, anzi…
Durante il tour guidato del castello vi verrà ad un certo punto mostrato, in mezzo alle migliaia di trofei di caccia (sono davvero moltissimi e tappezzano tutte le pareti del castello!) una anonima testa di cervo in mezzo a tutte le altre: quella in tanti anni fu l’unica e sola preda abbattuta da Sophia!

CONDÉ MONTROSE NASTE E VOGUE

A quanto pare negli anni immeditamente precedenti alla grande guerra di storie romanzate ce ne sono state tante, come quella di Condé Montrose Nast, un genio dell’editoria che nel 1909 comprò una rivista che al tempo, sebbene fosse sul mercato dal 1892, non aveva certo il successo che ebbe in seguito… fino ad oggi.
Vogue.
Basta dirlo: VOGUE
e subito abbiamo davanti agli occhi le immagini delle copertine patinate e delle fotografie eccezionali. Basta il nome e ci torno in mente tutto, anche l’odore!
Ma quando Nast la comprò non era certo così, anzi, era solo una rivistucola di suggerimenti e bon ton.
Il nuovo proprietario però aveva idee chiare ed innovative e con copertine a colori, fotografie più naturali, illustratori di grido e una serie di rubriche volte espressamente all’alta società americana, in brevissimo tempo divenne l’icona di stile e moda che tutti oggi conosciamo!

GEORGE FOUQUET

E rimanendo sempre su un tema caro alle lettrici di Vogue, la gioielleria, passiamo a George Fouquet.

Figlio d’arte, per così dire, fu uno dei gioiellieri che maggiormente lasciò la sua impronta nello stile liberty.

Collaborò con il pittore ed illustratore Alfons Mucha e insieme a lui realizzò alcuni pezzi mirabili, oltre ad assegnargli la decorazione del suo negozio che divenne un capolavoro di art nouveau.
Purtroppo il negozio rinnovò i locali nel 1921, ma non rattristatevi perchè a tutt’oggi è possibile visitare la ricostruzione presso il Musée Carnavalet a Parigi.

Oltre a questo Fouquet disegnò e produsse anche alcuni gioielli “di scena” (come quello nella foto sopra) per Sarah Bernhardt, la regina incontrastata delle scene teatrali di fine ottocento e inizio novecento.
E proprio nel 1914 l’attrice fu insignita della legione d’onore

MUCHA E L’EPOPEA SLAVA

Nel 1910 l’artista Alfons Mucha era ormai tornato in patria, con il cuore acceso da un forte senso di nazionalismo e spinto dalle voci sempre più pressanti della volontà di formare una nuova repubblica.

Questo senso di nazionalismo lo spinse a dipingere un ciclo di venti enormi tele (sei metri per otto!) che illustravano con mano magistrale epopea mitologica e romanzata del popolo slavo nel corso dei secoli.
Questa serie di dipinti è stata conservata negli ultimi anni a Moravsky Krumlov, località vicina al paese natale del pittore.
Purtroppo era un po’ fuori mano per essere visitata e così dal 2012 la si può ammirare al Veletržní Palác, il museo di arte moderna di Praga.

Un’ultima cosa, che davvero non posso esimermi dal dire: appena la neonata repubblica Cecoslovacca mosse i primi passi, finita la guerra, Mucha si offrì di illustrare i nuovi francobolli… e io sono una delle fortunate persone che posseggono l’intera serie di questi piccoli capolavori!

Venezia e il barocco

CRY TO HEAVEN

Mi è ripassato sotto mano durante le feste natalizie un libro che non rileggevo da anni e in preda a quella curiosità alimentata da ricordi sfocati ma piacevoli mi sono apprestata a rileggerlo.

Parlo di “Cry to heaven” in italiano “Un grido fino al cielo” di Anne Roquelaure, uno degli pseudonimi noti di Anne Rice, qui in versione meno vampiresca e più erotica ma sempre indubbiamente affascinante dal punto di vista descrittivo.
La storia in breve parla di Marc’Antonio Treschi, ultimo rampollo di una famiglia veneziana e destinato a grandi cose. Purtroppo la sua vita prende una piega inaspettata quando, in seguito alla morte del padre, ritorna in patria il fratellastro esiliato anni prima.
Il fratello, per riguadagnarsi il posto che gli spetta in società e non volendo assassinare Tonio, pensa bene di far rapire e castrare il fratellino, spedendolo poi in conservatoria a Napoli, dove vengono addestrati i migliori cantanti.
Da qui la vita di Tonio, diviso tra la gioia per la musica e la sete di vendetta.
Come sempre gli scenari sono splendidi e descritti magnificamente e la seconda lettura, che a volte mostra certe magagne che alla prima sono sfuggite, si dimostra avvincente come la prima.
Venezia è umida e decadente, Napoli è soleggiata e brulicante di vita e l’atmosfera barocca si respira in ogni pagina riportando alla mente tesori italiani, sepolti nella memoria delle gite scolastiche, a cui verrebbe voglia di tornare a dare un’occhiata.

L’immagina qui sopra, per chi se lo stesse chiedendo, è presa dal film “Farinelli, Voce Regina” di Gérard Corbiau, e il protagonista Farinelli, il grande cantante castrato è interpretato da Stefano Dionisi.
Mi sembrava particolarmente azzeccata per l’argomento!

Unico neo… astenersi dalla lettura tutti i maschietti omofobi perchè di scene gay ce ne sono diverse (Sì, anche mio marito, accanito fan di Anne Rice, si è astenuto!)

GOLDEN GODDESS

Il barocco, oltre a suscitarci ricordi di chiese dorate e opulente, richiama immediatamente anche l’immagine di copricapi fantasiosi ed eccessivi.

Al giorno d’oggi è difficile anche solo trovare qualcuno che produca tali miracoli di ridondanza dorata, ma certamente potete fare affidamento su PoshFairytaleCouture lo spettacolare negozio di Rachel Sigmon, una creatrice che non mette limiti alla fantasia e con sapienza e pazienza realizza copricapi che non conoscono il significato della parola “eccessivo”!

… e, detto in tutta onesta, sono abbastanza sicura che non ci sia bisogno di essere una drag queen per potersi permettere uno di questi copricapi, basta solo l’occasione giusta e un po’ di soldi da parte… mi sa che ci farò un serio pensiero nel caso decidessi di rinnovare i voti matrimoniali con una seconda cerimonia nuziale!

BRIEF GLIMPSE

E restando in temi di barocco non possiamo non pensare per un attimo a sontuose serate con balli in maschera.

Pareti ricolme di stucchi dorati, alti soffitti affrescati e eleganti lampadari di cristallo che riflettono mille luci su una folla agghindata di abiti sontuosi e traboccanti.

Personalmente perso che questa immagine sia resa benissimo nel “breve sguardo” di Schin Loong, rappresentato qui sopra.

Se volete vedere altri lavori di Schin, che si pronuncia Chin, come specifica lei stessa, non esitate a dare un’occhiata al suo sito, ricolmo di meraviglie fantasy e aggressivamente romantiche.

NOCTURNE

E parlando di balli in maschera, per tornare al discorso iniziale sul libro “Cry to heaven”, io rimango sempre stupita da come molte persone straniere riescano a cogliere in certi posti una magia e un’atmosfera che spesso a noi italiani, forse troppo assuefatti a certe cose, sfugge totalmente.

D’altronde, sebbene a me piaccia moltissimo Venezia, davvero faccio fatica a passare oltre ai muri scrostati e alle scritte oscene per vedere solo il lato romantico. Ma probabilmente questo è dovuto al fatto che amo di più le atmosfere decadenti che non quelle romantiche, infatti amo Venezia e Praga, entrambe simbolo di maciume e decadenza per grandi scrittori come Mann e Kafka…

Comunque Anne Rice non è l’unica che riesce a cogliere il lato magico di Venezia, ci sono tantissimi esempi in giro per la rete, di gente che coglie perfettamente certe atmosfere, come ad esempio Stephania Dapolla, fotografa eccezionale e autrice del Nottorno qui sopra. Nel suo shop su Etsy potrete vedere altre foto, sempre di Venezia, in una luce fantastica che rende tutto una favola bellissima e lontana dalla realtà!

Zombi italia!

E.L.I.S.A.

La scorsa settimana sono finita, per puro caso, su questo cortometraggio della Dionea Group.

Bene, avessimo più gente in grado di sfornare prodotti così, magari anche per il grande schermo, e i cinepanettoni potrebbero tornare nella pattumiera dove dovrebbero stare!

La storia è molto “warm bodies”, anche se questo cortometraggio è precedente al film di Jonathan Levine (che, detto tra noi, non è un granchè!), ed è davvero stupendo… la gag del panino al tonno è semplicemente insuperabile e la fotografia è veramente azzeccata, sopratutto nel finale.

Sicuramente da vedere, fosse anche solo per rendersi conto che in Italia abbiamo ancora gente che sa fare cose belle anche con poco!

SINE REQUIE

Sempre parlando di zombie, quest’anno Sine Requie ha festeggiato i suoi primi dieci anni! AUGURI!

Non ditemi che non sapete di cosa sto parlando perchè davvero non ci credo! E’ pure su wikipedia! E quest’anno a Lucca Comics & Games c’era pure la mostra e l’edizione speciale a tiratura limitata!

Il gioco è bello, avvincente e con un’ambientazione originale davvero stupenda… consigliato a tutti, anche perchè è versatilissimo: va bene sia per sedute di gioco d’atmosfera che per serate all’insegna del trash assoluto!

SIMONA FOSSI AKA YUMIZZZ

SineRequie_Augusta_024 by yumizzz
SineRequie_Augusta_024, a photo by yumizzz on Flickr.

Di Sine Requie, tra l’altro, ci sono in giro dei fantastici survival live, un sacco di persone me ne hanno parlato benissimo e se non fossi assolutamente dipendente dalla nicotina probabilmente parteciperei volentieri! Ma questa in realtà è solo un’orrida scusa per parlare invece di una fotografa eccezionale, la cui pagina flickr seguo da anni: Yumizzz!

Cosa c’entrano le due cose? Semplice: Yumizzz è la fotografa ufficiale dei live di Sine Requie e le sue foto rendono le atmosfere talmente vivide e credibili che dopo averle viste 1) vi innamorerete del suo stile 2) vi verrà una voglia pazza di giocare!

SKYPOCALYPSE

E per finire ecco un’altro meraviglioso progetto italiano sugli zombie.

Ora, femiamoci un attimo a riflettere: a voi non è mai capitato di guardare “The walking dead” e di riflettere su quanto è difficile un’apocalisse zombie se sei americano?

Per quei poveracci il posto più sicuro è una prigione con delle recinzioni di fil di ferro! Vi rendere conto? Noi qui abbiamo case in mattoni, borghi fortificati che reggono dal milleduecento… che vorrete mai che sia un’apocalisse zombie???

Ecco… se questo dubbio vi attanaglia la soluzione è guardare la web serie Skypocalypse… ma tenete conto che non stiamo parlando di come affronterebbero l’apocalisse delle persone normali: qui sono tutti nerd senza speranze!… e di conseguenza ci immedesimiamo all’istante e ci rendiamo subito conto che, in caso di apocalisse, noi non potremmo certo essere gli eroi “duri a morire”… ma tutt’altro genere di personaggi!

(BASILICO! cit.)